WISHLIST
Qualche buon proposito
IL LAVORO
Beh, quello ci vuole... Però dovrebbe essere compatibile con gli spostamenti del sottoscritto (e non viceversa): qualcosa che favorisca la migrazione verso - è proprio il caso di dirlo - altri lidi...
Sicuramente non andrebbe bene un lavoro d'ufficio, a meno che l'azienda non abbia filiali-succursali "costiere" presso le quali farsi prima o poi trasferire: facile a pensarsi, difficile a trovarsi.
Tutto sommato, il lavoro che sto facendo adesso ha le caratteristiche "ideali": mi piace, mi fa guidare (cosa che a me piace molto, a parte in certe giornatucce invernali di pioggia intensa o post-nevicata...), non ha una sede fissa né gerarchie locali, lascia spazio all'iniziativa (ponderata) e mi porta in contatto con gente che non conosco né conoscerò mai troppo bene (in accordo con la mia personalissima "filosofia dell'orso").
Certo, un contrattino-ino-ino a progetto non offrirà mai tante garanzie, ma tornare a casa la sera avendo lasciato almeno 50 chilometri indietro qualsiasi pensiero e/o affanno relativo al lavoro ha i suoi vantaggi! Soprattutto dopo una quindicina d'anni di badilate in faccia (e nella schiena...) nelle vesti di piccolo - piccolissimo! - imprenditore.
La speranza che un lavoro del genere possa accompagnarmi per almeno 5-6 anni ha ragione d'essere, confortata dal sapere che quando le cose le fai con passione e coscienza, alla fine, un minimo di riconoscimento arriva. Se non altro sotto forma di rinnovo del contratto per altri 12 mesi: poca importanza hanno i giochetti che il datore di lavoro mette in atto per evitare di assumerti a tempo indeterminato, tanto con la pensione che si arriverà a prendere non ci si potrebbe campare, comunque, in alcun posto in Italia (men che mai in una casa di riposo...). Vorrà dire che nel mio curriculum figurerà esperienza maturata con quattro o cinque diverse ditte, senza mai esser stato licenziato... Mica è cosa da poco, no?
Che poi, un giorno, questo lavoro vada "trasformato" è un altro dato di fatto: andare a spasso per 60.000 e più chilometri all'anno sistemando pc e stampanti sarà anche possibile dopo i 55 anni, ma di certo non auspicabile! Presumendo di:
- esser riusciti a migrare in qualche posto di mare
- aver trovato la "barca giusta" ed essercisi sistemati a bordo
- aver fiutato luoghi e fauna intorno al porto di stazionamento
sarebbe il caso di mettere a frutto la propria esperienza, dandosi da fare tra cantieri ed armatori locali: riuscire a coniugare elettricità, elettronica, informatica, falegnameria e meccanica è tanto più utile quanto più piccola è la località e rari i professionisti (che spesso di "professionale" hanno solo il prezzo).
Un'alternativa potrebbe essere quella di offrire la propria web-opera. Posto di averne le capacità e di esser dotati di buon gusto, realizzare piccoli siti, portali e similia ha il vantaggio di richiedere disponibilità di una sola cosa: TEMPO.
Ecco, di quello probabilmente dovrei cominciare ad averne d'avanzo!
GLI "AVI"
Sono grato ai miei genitori, per quello che mi hanno insegnato e che hanno fatto per me. Forse avrebbero fatto meglio a farmi crescere un po' meno onesto - non più "furbetto" - ma è andata così...
Mio padre me l'ha portato via la malattia, nel 2001, a 69 anni non ancora compiuti: un furto bell'e buono, se solo penso a quante cose di lui - quelle che si raccontano ai figli quando sono diventati più che uomini - non avevo ancora fatto in tempo a sapere.
Nel 2004, quando sono andato in Turchia per trovare il "caicco giusto" e tentare di dare una svolta alla mia vita, pensavo a lui mentre passavo di coperta in coperta, esploravo sale macchine, controllavo carene: a lui sarebbe piaciuto essere lì - e forse c'era - anche solo per vedere se quello che mi aveva insegnato stesse dando i suoi frutti.
Gli avevo dedicato "Damla I", l'ayna kic di 19 metri che alla fine avevo scelto di portare in Italia e Yuksel, il capocantiere di allora in Aegean Yacht, compagno di giornate di lavoro e serate di racconti, mi aveva regalato una targa da avvitare al primo baglio del corridoio cabine, con la scritta "babu?'a" (più o meno, in italiano, "al mio paparino"): quando ho dovuto cedere "Damla I" ho voluto lasciarla lì, dove l'avevo messa, sperando che chi fosse venuto in possesso del "mio" caicco la lasciasse al suo posto, anche senza sapere cosa significasse veramente.
A volte, penso a quanti anni mi dividono dal "traguardo" dei 69 e a come ho vissuto e ricordo altrettanti anni trascorsi: il servizio militare in Marina, il tentativo di concludere l'università, due lunghe e complicate relazioni, l'inizio dell'attività lavorativa in proprio e poi la società della quale pago ancora adesso le conseguenze economiche. Un battito d'ali di farfalla? Forse. Pensare che non sappiamo quanto tempo ancora ci rimanga da vivere, comunque, non mi mette né ansia né fretta: quello che conta è la sua qualità e le energie da dedicare, giorno per giorno, a mantenerla ad un livello accettabile.
Ci sono voluti tre anni - e forse non sono bastati - per rendermi conto che mio padre non c'era più e mia madre era rimasta sola, con ancora una vita da riorganizzare. E vivere.
Mi sono spesso chiesto che senso avesse, per dei figli, dannarsi l'anima lavorando in modo da poter poi pagare qualcuno che si occupasse dei propri genitori al posto loro. La risposta è sempre stata la solita: è assurdo.
Assurdo lasciare una madre o un padre in "compagnia" di un estraneo. Assurdo non essere in grado di intervenire nel caso succedesse qualcosa, infortunio o guaio domestico che fosse. Assurdo non essere vicino ad una persona che per 40 anni ha vissuto insieme ad un'altra nella stessa casa, nelle stesse stanze che, adesso, abita da sola.
In nome di cosa? Della propria realizzazione professionale o sociale? Non capisco...
In questo momento - è da un mese iniziata l'estate del 2011 - io e mia sorella viviamo l'uno a 120 chilometri, l'altra a 250 da nostra madre. Una delle mie vicine, 85 anni compiuti, si sta spegnendo in "compagnia" di una badante rumena, con figlia e nipoti che abitano e lavorano a poco più di un chilometro di distanza e si vedono, qui, di rado. Distanze. Caratteri. Su alcune cose si può agire, su altre no.
Credo che una madre - mia madre - pur con tutti i suoi difetti, si meriti qualcosa di più di una telefonata al giorno e una visita al mese o per le vacanze di Natale.
Avere un lavoro vicino a dove vivono i propri genitori o, come dico io, "itinerante", credo aiuti a non dimenticarsi di chi ti ha messo al mondo, ti ha cresciuto, ha cercato di trasmetterti valori e principi, anche da stravolgere o rigettare, a volte.
Non lascerò mia madre, un giorno, in "compagnia" di una sconosciuta che faccia le veci dei suoi figli.
LA CASA
Ci ho provato. Ho provato a fare il "bravo italiano", quello che investe nel mattone - l'unico investimento che renda veramente, a detta di tutti - e si compra la casa nella quale abitare, facendo un bel mutuo trentennale nella convinzione che no, quella casa non la lascerai, abiterai sempre lì, perchè la tua famiglia, il tuo lavoro, bla bla bla...
E poi le cose cambiano: la famiglia non la fai, o si sfascia, o ha esigenze diverse da quelle dei "fondatori"; il lavoro diminuisce, sparisce, si trasferisce; l'inquietudine ti fa sentire costretto, tra quelle mura, magari un po' di giardino in più, una vista diversa, un posto lontano da quella strada... E ti ritrovi a dover migrare: in una via diversa, una città diversa, una regione diversa. Una diversa casa.
E siccome non sei un paguro, che almeno saresti più veloce di una lumaca, devi traslocare, vendere, comprare. Sicuro che l'investimento ti abbia fatto mettere da parte qualche risparmio? L'unica certezza, finito il trasferimento, è che se ti è avanzato qualcosa è perchè sei andato a finire in un posto che costa - vale! - di meno. E prima o poi non ne sarai soddisfatto, almeno non quanto lo eri quando hai scelto, per davvero, la tua prima casa: perchè questa volta non è stata una scelta, ma una necessità; perchè questa volta hai dovuto pensar prima allo spazio che alla forma o alla posizione o alle finiture. Comincerai a giustificare la tua condizione con le solite motivazioni? "Sai, per lavoro...", "Sai, non CI piaceva più...", "Sai, la famiglia aumenta...".
Potrebbe passarti per la mente l'astuta idea di non vendere la casa che devi lasciare, comprarne un'altra ed affittare la prima: sicuramente avrai considerato di fare le cose per benino e alla luce del sole, con un bel contratto registrato ed una rendita da dichiarare e far tassare - ma ti resterà abbastanza per pagare il mutuo che ancora insiste su quell'immobile? O dovrai fare tutto "in nero", nella speranza che la cosa non salti mai fuori? - e ti sarai informato sulla solvibilità del tuo inquilino (spero tu non ti sia fidato del fatto che sia un amico di qualche tuo parente o delle parole dell'agenzia alla quale hai messo in mano - pagando - la gestione dell'affitto...).
Probabilmente avrai anche fatto una piccola ricerca di mercato, per rassicurarti del fatto che inquilini se ne troveranno quasi per sempre (più o meno la durata del mutuo), nella zona in cui si trova il tuo immobile: non potrai permetterti di tenere sfitta la casa per più di qualche mese o un anno, al massimo...
E, sicuramente, avrai pensato agli imprevisti di "Monopoliana" memoria, quelli che ti capitano proprio quando stavi per partire in vacanza o per cambiare automobile o comprare la tv nuova e che ti costringono a dar fondo ai risparmi: la tegola rotta, il tubo che scoppia, l'umidità che sale, l'impianto elettrico da mettere a norma, la caldaia da cambiare... Mica è colpa dell'inquilino, no? O delle stagioni, dello Stato, dell'Europa...
Proprio una bella idea!
Da parte mia, giusto per rientrare nella cerchia dei coglioni, una casa l'avevo davvero "comprata" e avevo pure avuto le agevolazioni previste dallo Stato per la prima casa. Peccato che non sia durata abbastanza la convivenza (dopo 6 anni di relazione da fidanzati-però-ognuno-a-casa-propria) e lo Stato, venduto l'immobile e "liquidata" la ex-coinquilina (coglione fine all'osso), sia giustamente venuto a bussar cassa - ovviamente solo da me: altrimenti che coglione sarei? - per riavere indietro quanto aveva concesso.
Da allora non ho più posseduto una casa, se si può parlare di "possesso" nel caso di un bene sul quale viene iscritta un'ipoteca di primo grado dalla banca, alla quale per trent'anni dovrai pagare mensilmente una rata che ti porta via metà o due terzi del tuo stipendio, col rischio di vederti portar via l'immobile se ti ritrovi nelle condizioni di non poterla più pagare per troppo tempo.
Nella banca che vi ha fatto il mutuo lavora un vostro amico? Magari sono quarant'anni che la vostra famiglia ha il conto corrente lì e non ha mai chiesto niente, limitandosi a portarci ed investire i risparmi? E allora? Pensate di aver qualche diritto in più sulla "vostra" casa? Auguri...
Le case sono senza dubbio il miglior investimento. Per le banche.
Si arriva a fare di tutto, pur di mantenerne il "possesso": ad esempio rinegoziare il mutuo, nella speranza di essere poco meno che eterni e di poter godere, quel lontano giorno in cui lo stillicidio finirà, la nostra amata casetta con il terrazzo o il giardino, il cane, il barbecue, i nipotini, il catetere, la bombola dell'ossigeno e l'infermiere appresso. Oppure chiedere un altro prestito, ma solo temporaneo - 3 o 4 anni al massimo - giusto in attesa che le cose cambino, migliorino, evolvano: come se per togliere di mezzo della terra, risultante da un buco fatto per seppellire immondizia, se ne scavasse un altro in cui gettarla...
Da alcuni anni vivo in affitto: è vero, non sarà mai casa "mia", ma se si rompesse un tubo, si annerisse una parete a causa dell'umidità, piovesse dal tetto, si alzasse il pavimento o sgretolasse un muro, non dovrò essere io ad occuparmene, a spendere soldi per sistemare, adeguare, correggere. E se il proprietario non fosse in grado di farlo o non volesse, tanti saluti: posso andarmene semplicemente smettendo di pagare l'affitto e traslocando, non appena trovata una sistemazione migliore.
Tra l'altro, se il lavoro scappasse posso sempre tentare di inseguirlo.
E, cosa ancora più importante, se un giorno decidessi - come ho deciso - di stare un po' più vicino a mia madre o di trasferirmi a vivere su una barca in un porto, non avrei che da raccogliere le mie cose ed andarmene, chiudendomi la porta alle spalle, senza pensare cosa succederà a quel posto il giorno dopo.
LA BARCA (GIUSTA)
La barca ideale, proprio per il fatto di essere "ideale", è un'astrazione, la proiezione di nostri desideri che, aggregati, sono spesso incompatibili con la realtà.
Ugualmente, non esiste la barca "giusta" universale, quella che va bene a tutti e per tutti gli scopi: provate ad andare a dire ad un regatante di prendere in considerazione l'acquisto di una barca a motore e lo vedrete perdere tutto il suo fair play!
Ho le idee ben chiare su quello che vorrò dalla mia imbarcazione e, pur ammettendo di avere una limitata esperienza, sono riuscito a stabilire quale sia la barca "giusta" per me.
Quello che era il mio sogno di una ventina di anni fa - il caicco turco - rimane e persiste nell'anima, ma non si può prescindere dalle considerazioni pratiche.
La presenza delle vele in una imbarcazione, a parte l'innegabile fascino e la possibilità di navigazione pulita e silenziosa, si porta appresso non pochi oneri: il sartiame, le drizze, le scotte e - soprattutto - gli alberi!
Considerando scafi di 12-14 metri di lunghezza, alberi di 15 e più metri d'altezza, in legno, acciaio, alluminio o fibra che siano, hanno tutti necessità di una onerosa manutenzione periodica, che sarà sempre più difficile eseguire in proprio: issarsi con il bansigo per scartavetrare, preparare il fondo e passare a rullo smalti bicomponente non è cosa da poco e la riuscita non è assicurata. Noleggiare piattaforme aeree per eseguire più agevolmente il lavoro è costoso (450 Euro nel 2009, per un paio di giorni con due alberi in acciaio da mettere a posto - ovviamente con barca alata in cantiere).
Certo, esistono imbarcazioni con alberi abbattibili che faciliterebbero il lavoro, ma quelle che permettono di effettuare questa operazione da soli non hanno poi le altre caratteristiche della barca "giusta" per me: sono, in realtà, più adatte agli eredi dei grandi navigatori di altri tempi e non me la sentirei di viverci sopra per più di un paio di stagioni.
Per il resto, la sola revisione ed eventuale sostituzione delle parti in acciaio coinvolte dal termine "sartiame" basta ed avanza a spegnere il mio entusiasmo per un bell'armo a ketch: a parte realizzarsi in proprio le impiombature con un norseman (che si dovrebbero fare in caso di emergenza e non come prassi, però) e cambiare grilli e redance, tutto il resto richiede l'aiuto di qualche "professionista" che, spesso, di professionale ha solo il prezzo e, a volte, neppure il cantiere al quale qualche normativa obbliga a rivolgersi (ad esempio: il decreto legislativo 81/08, successivamente modificato dal decreto 106/09).
In ultimo, se ci sono degli alberi, sicuramente in testa avranno l'anemometro, il sensore di direzione del vento, un parafulmine e la luce di fonda, mentre più in basso troveranno posto qualche antenna (radar, vhf...), la luce di navigazione a motore e le luci che dalle crocette illuminano la coperta: tanta bella roba (qualche cosa pure obbligatorio) con tanti bei cavi che da qualche parte devono passare e che è, purtroppo, soggetta a guasti. Lampadine che si bruciano, contatti che si ossidano, sensori che si bloccano: ancora una volta, il bansigo è il protagonista, ammesso che da soli si possa intervenire (non tutti sono dei Moitessier o dei Tabarly - io, per inciso, non lo sono!).
Alla fine della fiera, scartati motorsailer e deriva a vela, yacht e fast commuter - questi ultimi per la scarsa attinenza col concetto di downshifting e slow living - la barca "giusta" per me è il trawler americano (in legno o vetroresina), la navetta olandese (in acciaio) o la pilotina italiana (in legno).
Sono imbarcazioni poco diffuse in Italia, dove siamo tutti iper-sportivi, super-veloci o modaioli (vedere la considerazione della quale gode il lobster, parente "ricco" del citato trawler ed oggetto di lussuose interpretazione da parte di parecchi designers di grido): forse perchè sono una via di mezzo tra il motoveliero e lo yacht, senza essere fascinosi e tranquilli come il primo né lussuosi e veloci come il secondo.
Oppure, semplicemente perchè da noi rappresentano una filosofia che non ha attecchito né attecchirà, mentre negli States è assai diffusa: ne è la prova il prezzo e la varietà dell'usato di questo tipo reperibile oltreoceano.
Strano: come popolo siamo naturalmente portati al compromesso e queste imbarcazioni ne sono, nella nautica, dei validi rappresentanti...
Navigando tra i siti anglosassoni alla scoperta di queste imbarcazioni, la prima cosa che si impara è che ne esistono, a grandi linee, di tre tipi: classico, "aft cabin" e "sedan".
Lasciando perdere quest'ultima categoria per motivi di abitabilità e sfruttamento degli spazi - bisognerebbe sceglierne un modello con lunghezza superiore ai 50 piedi (15 metri), con tutti i problemi di costi di manutenzione ed ormeggio annessi e connessi - tra i modelli appartenenti ad uno degli altri due tipi si trova di tutto: dai catafalchi più simili a mini-appartamenti galleggianti, destinati alla navigazione fluviale e lacustre, fino alle carene adatte anche alla navigazione oceanica. Al solito, esiste il giusto mezzo, in cui l'abitabilità adatta a lunghe - lunghissime - permanenze si accompagna a caratteristiche di navigazione adatte al Mediterraneo.
Le altre caratteristiche - presenza o meno di fly e "sundeck", (un ponte che pare piaccia assai agli americani, di solito coperto da tendalino e "convertibile" in un volume chiuso), numero di cabine, impiantistica e dotazioni di bordo - non rimane che definirle affidandosi alle ricerche: trovare l'unità che risponda al proprio concetto di "giusto" è forse più semplice di quel che si possa immaginare e i brokers d'oltreoceano sembrano essere molto più disponibili e prodighi di informazioni dei loro omologhi nostrani!
A volte, tuttavia, capita che anche in Italia qualche appassionato del genere decida di cedere il proprio "gioiellino": spesso, in questi casi, è possibile rivolgersi direttamente al venditore, saltando il "filtro" del broker, che spesso porta più danni che vantaggi (aumenti di prezzo, copertura di eventuali magagne ed altre piacevolezze del genere). Può essere un "hobby" interessante andare a dare un'occhiata in prima persona a queste offerte, anche se il momento non fosse quello giusto per l'acquisto e i chilometri da fare non fossero pochi: sarà comunque fonte di esperienza e non è da escludere che, dopo qualche tempo, non sia possibile trovare nuovamente sul mercato dell'usato la stessa imbarcazione che abbiamo avuto modo di visionare.
Le mode - e le persone - sono volubili.